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L'entrata a regime dell'obbligo di utilizzo del Building Information Modeling (BIM) per lavori pubblici con costo stimato sopra i due milioni di euro apre per la pubblica amministrazione italiana una fase di trasformazione che riguarda non soltanto gli strumenti, ma il metodo. Il BIM - modello informativo digitale interoperabile, spesso associato a una rappresentazione 3D, che riunisce informazioni progettuali, costruttive e manutentive - consente di superare la frammentazione documentale e governare il patrimonio immobiliare pubblico in modo più coerente, tracciabile e consapevole. È quanto evidenzia uno studio di Fervo, che analizza l'impatto organizzativo e operativo della nuova disciplina sulla gestione degli edifici della PA.
Il patrimonio pubblico coinvolto
Una quota maggioritaria del patrimonio edilizio italiano risale a prima del 1976, anno della prima normativa nazionale sul risparmio energetico. Una vetustà che riflette una criticità diffusa a livello europeo, dove gli edifici incidono per circa il 40% sui consumi energetici e per il 36% sulle emissioni di gas serra. Da qui la strategia UE "Renovation Wave", che punta a raddoppiare entro il 2030 il tasso di riqualificazione degli edifici, con priorità al patrimonio pubblico. In tale contesto in Italia sono interessate dall'obbligo del BIM, in vigore dal 1° gennaio 2025, oltre 41.900 scuole, 17.200 uffici pubblici e 12.400 strutture sanitarie (fonte ENEA, 2025), per lavori di riqualificazione sopra i due milioni.
Benefici e strumenti
Nell'operatività quotidiana degli edifici pubblici, il BIM consente una governance più ordinata degli asset, rendendo disponibili in modo strutturato documenti tecnici, informazioni sugli interventi e storico manutentivo. Questo approccio favorisce l'ottimizzazione del costo di ciclo di vita (LCC), grazie a una manutenzione programmata più efficiente e all'introduzione di logiche predittive. La disponibilità di modelli digitali aggiornati facilita inoltre la progettazione di ulteriori interventi di efficientamento sugli edifici esistenti e contribuisce a ridurre varianti in corso d'opera e contenziosi. Secondo lo studio di Fervo, i tempi di intervento possono ridursi fino al 45% e l'efficienza operativa migliorare oltre il 30%, grazie all'integrazione di rilievi tridimensionali, modellazione interoperabile e ambienti digitali condivisi.
L'impatto su organizzazione e gestione della PA
L'introduzione del BIM si inserisce nel percorso di digitalizzazione delineato dal Piano Triennale per l'Informatica nella PA 2024-2026, che promuove l'interoperabilità dei dati pubblici, ossia la capacità dei sistemi informativi della PA di scambiare e utilizzare informazioni tra amministrazioni e piattaforme. Inoltre, il nuovo Codice dei contratti pubblici (d.lgs. 36/2023) ne incentiva l'uso anche dove non obbligatorio, prevedendo punteggi premiali per le stazioni appaltanti che lo utilizzano. L'applicazione del BIM comporta anche un'evoluzione organizzativa, con la definizione di nuove figure professionali - come il BIM manager e il CDE manager - e l'utilizzo di ambienti digitali condivisi (Common Data Environment) conformi agli standard internazionali ISO 19650 e UNI 11337. Il processo richiede una fase di adattamento, soprattutto per le amministrazioni medio-piccole, ma il quadro normativo ormai definito rende sostenibile l'investimento e favorisce una gestione più efficace e trasparente della spesa del patrimonio immobiliare pubblico.
"La ricezione pervasiva del BIM crea le condizioni per integrare sempre più efficacemente l'AI nei processi della pubblica amministrazione e sviluppare nuovi modelli operativi orientati agli obiettivi ESG" spiega Rocco Ruggiero, COO di Fervo. Aggiunge Alessandro Belloni, CEO di Fervo: "Il valore del BIM non sta solo nell'adempimento formale, ma nella capacità di migliorare la qualità delle decisioni pubbliche, integrando in modo strutturato informazioni progettuali, tecniche e manutentive di un parco immobiliare vastissimo".
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