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Prima di parlare, Luca de Meo sale sul palco con tutti i ceo e gli stilisti del gruppo Kering. Non manca nessuno, da Demna a Pierpaolo Piccioli, da Francesca Bellettini. Ma poi, il manager che ha salvato Renault prende la parola sul palco e con delle proiezioni immersive tiene il floor da solo per le prime due ore di una conferenza che terminerà solo alle 12. E solo qui definisce i numeri per il piano di rilancio e crescita fino al 2030. Ecco i dati chiave.
Due settimane. È la nuova unità di misura del potere in casa Kering. "L’executive committee si riunirà ogni quindici giorni", ritmo serrato per scandire una trasformazione che si annuncia prima di tutto nei numeri. Il piano firmato da Luca de Meo parte da una parola chiave: reset.
Il primo dato è finanziario. Rafforzamento del bilancio e nuova disciplina sul capitale, con un afflusso di cassa da 2 miliardi e una revisione strutturale degli investimenti, a partire dall’operazione Valentino. L’obiettivo è rimettere in equilibrio la macchina prima di riaccenderla.
Poi la rete. "Kering oggi conta 1.719 negozi e prepara una sforbiciata netta: circa 100 chiusure nel 2026 oltre alle 75 del 2025". Meno porte, più qualità. Il mantra è "fewer doors, better doors". Entro il 2030 saranno rinnovati due terzi delle boutique, con interventi mirati e format specifici: da Bottega Veneta a Bangkok fino a Gucci Avenue montaigne. Il retail non si espande, si seleziona.
Parallelamente, la razionalizzazione del wholesale. Riduzione dei punti vendita terzi, rafforzamento dei partner strategici, revisione dei perimetri. È un’operazione chirurgica che punta a ripulire la distribuzione e riallineare il posizionamento.
Il capitolo inventario vale da solo un target: meno un miliardo da settembre. Riduzione drastica delle giacenze attraverso nuovi strumenti e processi. Qui entra anche la tecnologia: l’adozione dell’intelligenza artificiale, ancora in fase esplorativa, promette fino a un punto di margine ebit.
Sul prodotto, il taglio è netto. "Gucci ridurrà del 20% gli sku, concentrando l’offerta sulle categorie chiave e sugli hero products". Meno complessità, più riconoscibilità. È il prerequisito per rilanciare la produttività per metro quadro e riportare il brand al centro del desiderio.
E proprio Gucci è il cuore del piano. Sette condizioni per il reboot, a partire da una leadership rinnovata e da una traiettoria sequenziale di recupero. "La ripresa sarà reale", è la linea. L’ambizione è tornare challenger in un’industria dove i leader tendono a proteggere più che a innovare.
I numeri qui si intrecciano con la geografia. La Greater China resta cruciale, ma va ricostruita la risonanza con il cliente locale. Strategia talenti, investimento culturale (come il progetto Kering Craft a Shanghai) e un ridimensionamento operativo.
Nel lungo periodo, l’orizzonte è il "six pack" di nuove geografie mondiali al 2035. Nel frattempo, accelerazione sul menswear, atteso in doppia cifra entro il 2030, e apertura a nuove geografie.
Infine, il dato più simbolico. "Se si chiede a ChatGpt di nominare i brand italiani più iconici, insieme a Ferrari e Nutella compare Gucci", ricorda de Meo. Secondo marchio del lusso più conosciuto al mondo, top 5 per desiderabilità globale. È da qui che Kering riparte, da una posizione ancora dominante, ma da rimettere in tensione.
Perché, nei numeri di de Meo, la vera posta in gioco non è solo tornare a crescere. È ridefinire cosa significhi oggi "true luxury". E farlo prima degli altri.
Da MF-Newswires
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