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26 Gennaio 2021

Il 2021 di Pictet: corsa al rialzo azionario, ma pericolo inflazione (Report)

di Andrea Delitala e Marco Piersimoni di Pictet Asset Management

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Fare previsioni quando una pandemia grava ancora sulle nostre teste richiede un esercizio particolarmente virtuoso dell’analisi degli scenari e delle rispettive probabilità. Eppure, l’inizio del piano delle vaccinazioni a livello globale, l’esito dell’elezione statunitense che libera il contesto geopolitico dalla leadership imprevedibile di Trump, il tentativo embrionale (e faticoso) di integrazione fiscale in Europa e, non da ultimi, i massicci stimoli monetari e fiscali implementati in tutti i principali Paesi al mondo portano a cominciare l’anno con un certo grado di ottimismo.


 


 

Dopo la pausa imposta a molti settori dell’economia dai lockdown nel corso dell’anno passato, il 2021 sembra partire con il piede giusto dal punto di vista della ripresa economica: gli indici delle sorprese macroeconomiche risultano piuttosto tonici (sopra 50) e, anche se la seconda ondata di Covid pesa sull’ultimo trimestre del 2020 e almeno sul primo di quest’anno, gli economisti concordano su una successiva accelerazione. Le previsioni di consenso sono per una crescita del Pil mondiale pari al 5% quest’anno, dopo il -4% dell’anno scorso.


 


 

Condividiamo l’ottimismo generale sullo scenario macroeconomico complessivo (le nostre stime per il 2021 sono più alte di oltre mezzo punto), pur ricordando che, anche con il recupero atteso, si profila una perdita permanete di Pil del 4% circa rispetto al trend. Di conseguenza, il divario tra risorse utilizzate e capacità produttiva potenziale rimarrà dolorosamente ampio (soprattutto nel settore dei servizi, fortemente penalizzati dalle misure di distanziamento sociale) e, finché l’output gap non verrà colmato (difficile che avvenga nel 2021), dovrebbero prevalere le pressioni deflazionistiche a livello globale.

Sulla forza relativa della ripresa nelle diverse aree, c’è maggiore disparità di opinioni: quasi tutti gli organismi internazionali prevedono un buon rimbalzo dell’economia europea (>4%), superiore a quello USA (<4%). A nostro avviso, invece, l’America gode di un maggior propellente di politica fiscale, specialmente dopo la vittoria blu in Georgia che attribuisce ai Democratici il controllo formale del Senato, pur essendo questo in sostanziale pareggio (a parità di seggi, il voto decisivo viene attribuito alla Vicepresidente Kamala Harris, in qualità di presidente del Senato).


 

Il budget proposto da Biden è di 2.000 miliardi di dollari, di cui 1.000 paiono un target realistico che, combinato anche con il potenziale inespresso di risparmio accumulato, dovrebbe spingere la crescita oltre il 5% e riportare l’attività ai livelli pre-Covid entro i prossimi 2-3 trimestri, facendo rientrare il tasso di disoccupazione al 5% (dall’attuale 6,5% circa).


 


 

L’Europa, invece, viaggia al limite della capacità di intervento di politica monetaria e di bilancio. In aggiunta, gli effetti del vaccino e del Recovery and Resilience Facility si faranno attendere ancora almeno fino alla primavera e saranno, in ogni caso, graduali. Per questo motivo, riteniamo che, dopo il calo di oltre il -7% nel 2020, il PIL non torni ai livelli pre-Covid nemmeno nel 2021 (per la previsione sull’anno siamo allineati a quella della Commissione, del 4,2%).


 


Al contrario, i Paesi emergenti, con la Cina in testa, avendo fatto un maggiore sacrifico collettivo all’inizio della pandemia, ne sono sostanzialmente fuori. O comunque hanno riportato a regime la parte più importante della loro economia, rappresentata dal settore manifatturiero. Infatti, abbiamo constatato come la produzione industriale abbia superato (del 5%) i livelli di fine 2019 nell’Impero Celeste, che produce il 25% dei manufatti mondiali: stimiamo, quindi, che il Pil cinese cresca del +9,5% nel 2021, con una forte accelerazione dal 2% del 2020.


 

Per la buona continuazione della ripresa risulterà dunque cruciale il contributo del commercio internazionale. La Cina ha riempito il vuoto di leadership internazionale lasciato dagli Usa di Trump, siglando accordi importanti con i Paesi dell’area asiatica, come ad esempio il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), il patto di libero scambio più grande al mondo che rappresenterà il 30% dell’economia e della popolazione globale e raggiungerà 2,2 miliardi di consumatori.


 


 

Resterà da vedere come il presidente neoeletto Biden riuscirà a riprendere in mano la situazione, cercando di difendere gli interessi statunitensi in modo più efficace e meno effimero di quanto non possa fare una politica protezionistica. Contiamo su un approccio multilaterale e speriamo in una luna di miele anche in politica estera.


 

Per approfondire, leggere il Report integrale allegato.


 


 


 


 

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