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La disobbedienza paga? Parrebbe così, guardando come due modi di considerare le linee guida europee, prima fra tutte quella della ‘necessità’ dell’austerity, abbiano portato a risultati diametralmente opposti.
Parliamo di Spagna e Italia. La prima ha disobbedito a Bruxelles. La seconda no. La prima ha tagliato le tasse. La seconda no. La prima ha il Pil che cresce. La seconda no.
Si tratta, è vero, di previsioni governative, e si sa che spesso i governi di ogni Paese tirano l’acqua al proprio mulino. Sta di fatto che Madrid, nella persona del Ministro dell’Economia spagnolo Luis de Guindos, ha comunicato di aver rivisto al rialzo le proprie stime di crescita. Il Pil spagnolo nel 2014 è previsto in rialzo dell’1,5% (rispetto al +1,2% indicato precedentemente) mentre per l’anno prossimo la crescita è prevista al 2% (contro la precedente stima dell’1,8%). Cifre che confermano quelle ottimistiche della Banca centrale spagnola annunciate una settimana fa.
Diametralmente opposta la sorte del nostro Paese, se contrapponiamo alle cifre del Ministro spagnolo quelle italiane, che vedono un primo trimestre 2014 chiuso in recessione (-0,1% trimestrale, -0,5% annuo).
E non è tutto, perchè Confcommercio ha addirittura tagliato ulteriormente le previsioni di crescita del nostro Paese, da un già magro +0,5% al +0,3% per il 2014.
La stima sui consumi è altrettanto scoraggiante: in aumento sì, ma da un +0,1% a un impercettibile +0,2%, per effetto del bonus da 80 euro del governo Renzi. Pil in aumento allo 0,9% invece l’anno prossimo, e consumi allo 0,7% è la previsione di Confcommercio per il 2015. Cifre ancora lontane dall’assicurare una ripresa, soprattutto se si considera che gli investimenti per quest’anno sono previsti in calo dello 0,9%, per tornare ad una crescita dell’1,5% l’anno prossimo (che sarà comunque appena sufficiente per tornare in pari).
La contrapposizione tra i due Paesi riecheggia anche nella situazione immobiliare. Nel quarto trimestre dello scorso anno l’Istat ha indicato per l’Italia un numero di rogiti in netto calo. Cifre confermate da Nomisma, che dal 2006 al 2013 ha rilevato un ridimensionamento del mercato immobiliare tricolore con volumi dimezzati nel segmento residenziale oltre ad un -56,5% e un -63,5% rispettivamente nel comparto commerciale e terziario.
La Spagna invece, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica (INE) ha visto aumentare i rogiti nel 2014 del +5,4% in maggio, del 5% in aprile e addirittura del 22% in marzo.
Che differenza c’è, quindi, tra Spagna e Italia? Senza voler saltare a conclusioni affrettate, ma volendo solo fotografare una situazione, ciò che risalta subito sta in altre cifre rilasciate da Confcommercio, in particolare riguardo alla pressione fiscale nel nostro Paese, ligio alla necessità di contenere il bilancio entro i parametri europei.
Nel 2013, secondo l’Ufficio Studi dell’ente, l’Italia si è aggiudicata il poco piacevole scettro della pressione fiscale più alta del mondo: il 53,2% al netto di un sommerso pari al 17,3% del Pil. Il dato ‘apparente’ è invece ‘solo’ del 44%. Tenendo conto che tali cifre esprimono valori medi, è facile immaginare a quanto possano arrivare i picchi fiscali per alcune categorie di italiani.
A poco sono valsi, finora, gli appelli come quello di Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, che anche presentando queste cifre ha ricordato una volta di più che la ricetta della crescita consiste in “meno tasse e meno spesa pubblica, più riforme e più lavoro".
"Tagliare le tasse per favorire la crescita è il passaggio ineludibile, la premessa a qualsiasi azione che possa ricostituire il potere di acquisto delle famiglie e che possa essere una concreta spinta alla domanda interna", ha ribadito Sangalli.
Decisione che pare essere il pane quotidiano per il governo spagnolo, che ha invece rifiutato fin da subito l’austerity imposta da Bruxelles, tenendo basso il livello di tasse sulle imprese: in media il 30%, con l’obbiettivo di abbassarle ulteriormente al 28% il prossimo anno e al 25% nel 2016.
Ulteriore misura del governo Rajoy sarà quella, nel prossimo futuro, di scaglionare le tasse sulla persona (in pratica, la nostra Irpef) in modo da innalzare la pressione fiscale su coloro che percepiscono redditi superiori. Nel contempo, gli stipendi pubblici e la spesa pubblica sono rimasti contenuti, andando a incidere meno sul debito del Paese.
Che sia questa la ricetta giusta?
Parliamo di Spagna e Italia. La prima ha disobbedito a Bruxelles. La seconda no. La prima ha tagliato le tasse. La seconda no. La prima ha il Pil che cresce. La seconda no.
Si tratta, è vero, di previsioni governative, e si sa che spesso i governi di ogni Paese tirano l’acqua al proprio mulino. Sta di fatto che Madrid, nella persona del Ministro dell’Economia spagnolo Luis de Guindos, ha comunicato di aver rivisto al rialzo le proprie stime di crescita. Il Pil spagnolo nel 2014 è previsto in rialzo dell’1,5% (rispetto al +1,2% indicato precedentemente) mentre per l’anno prossimo la crescita è prevista al 2% (contro la precedente stima dell’1,8%). Cifre che confermano quelle ottimistiche della Banca centrale spagnola annunciate una settimana fa.
Diametralmente opposta la sorte del nostro Paese, se contrapponiamo alle cifre del Ministro spagnolo quelle italiane, che vedono un primo trimestre 2014 chiuso in recessione (-0,1% trimestrale, -0,5% annuo).
E non è tutto, perchè Confcommercio ha addirittura tagliato ulteriormente le previsioni di crescita del nostro Paese, da un già magro +0,5% al +0,3% per il 2014.
La stima sui consumi è altrettanto scoraggiante: in aumento sì, ma da un +0,1% a un impercettibile +0,2%, per effetto del bonus da 80 euro del governo Renzi. Pil in aumento allo 0,9% invece l’anno prossimo, e consumi allo 0,7% è la previsione di Confcommercio per il 2015. Cifre ancora lontane dall’assicurare una ripresa, soprattutto se si considera che gli investimenti per quest’anno sono previsti in calo dello 0,9%, per tornare ad una crescita dell’1,5% l’anno prossimo (che sarà comunque appena sufficiente per tornare in pari).
La contrapposizione tra i due Paesi riecheggia anche nella situazione immobiliare. Nel quarto trimestre dello scorso anno l’Istat ha indicato per l’Italia un numero di rogiti in netto calo. Cifre confermate da Nomisma, che dal 2006 al 2013 ha rilevato un ridimensionamento del mercato immobiliare tricolore con volumi dimezzati nel segmento residenziale oltre ad un -56,5% e un -63,5% rispettivamente nel comparto commerciale e terziario.
La Spagna invece, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica (INE) ha visto aumentare i rogiti nel 2014 del +5,4% in maggio, del 5% in aprile e addirittura del 22% in marzo.
Che differenza c’è, quindi, tra Spagna e Italia? Senza voler saltare a conclusioni affrettate, ma volendo solo fotografare una situazione, ciò che risalta subito sta in altre cifre rilasciate da Confcommercio, in particolare riguardo alla pressione fiscale nel nostro Paese, ligio alla necessità di contenere il bilancio entro i parametri europei.
Nel 2013, secondo l’Ufficio Studi dell’ente, l’Italia si è aggiudicata il poco piacevole scettro della pressione fiscale più alta del mondo: il 53,2% al netto di un sommerso pari al 17,3% del Pil. Il dato ‘apparente’ è invece ‘solo’ del 44%. Tenendo conto che tali cifre esprimono valori medi, è facile immaginare a quanto possano arrivare i picchi fiscali per alcune categorie di italiani.
A poco sono valsi, finora, gli appelli come quello di Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, che anche presentando queste cifre ha ricordato una volta di più che la ricetta della crescita consiste in “meno tasse e meno spesa pubblica, più riforme e più lavoro".
"Tagliare le tasse per favorire la crescita è il passaggio ineludibile, la premessa a qualsiasi azione che possa ricostituire il potere di acquisto delle famiglie e che possa essere una concreta spinta alla domanda interna", ha ribadito Sangalli.
Decisione che pare essere il pane quotidiano per il governo spagnolo, che ha invece rifiutato fin da subito l’austerity imposta da Bruxelles, tenendo basso il livello di tasse sulle imprese: in media il 30%, con l’obbiettivo di abbassarle ulteriormente al 28% il prossimo anno e al 25% nel 2016.
Ulteriore misura del governo Rajoy sarà quella, nel prossimo futuro, di scaglionare le tasse sulla persona (in pratica, la nostra Irpef) in modo da innalzare la pressione fiscale su coloro che percepiscono redditi superiori. Nel contempo, gli stipendi pubblici e la spesa pubblica sono rimasti contenuti, andando a incidere meno sul debito del Paese.
Che sia questa la ricetta giusta?
È online il nuovo numero di REview. Questa settimana: Generali Real Estate: completato il Polo Logistico Piacenza da 470
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