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11 Settembre 2014

Blackstone scivola a Como

di Floriana Liuni

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Dopo i successi sul mercato italiano (l'acquisto della sede del Corriere della Sera tra tutti) il fodno americano Blackstone comincia a scontrarsi con il sistema Italia.

Tanti galli a cantar non fa mai giorno. Se lo dovevano immaginare, nel 2007, sia i vertici dell’azienda italo-olandese Multi, sia l’allora sindaco di Como, Stefano Bruni, quando si riempivano la bocca di annunci e proclami sul luminoso futuro dell’area Ticosa.

Futuro che nel frattempo è diventato presente, e che, oltre che non essersi rivelato affatto luminoso, è degenerato nell’ennesima imbarazzante storia italiana di progetti falliti per incapacità sia da parte dell’amministrazione pubblica, sia da parte dell’azienda.

E che ora rappresenta una gatta da pelare sia per il sindaco di Como, Mario Lucini, sia per il neo presidente di Multi Italia, Paolo Bottelli, alla guida dal marzo di quest'anno della divisione italiana della società olandese specializzata in centri commerciali.

Quella della Ticosa è una storia che ha ormai alle spalle un gran numero di capitoli, ed è cominciata circa 35 anni fa, quando la stamperia ha smesso di funzionare. Il Comune si è aggiudicato l’area, ma senza riuscire a bonificarla, e ha quindi indetto una gara per affidare la riqualificazione ad un’azienda privata.

Nel 2006 è stata la Multi Corp a vincere il bando e ad impegnarsi a far rinascere l’area, che comprende oltre 40 mila ettari, presentando un roboante progetto che doveva lasciare tutti a bocca aperta, e che doveva confermarsi come la punta di diamante di Como in vista dell’evento di Expo 2015.

100 milioni di euro per un centro commerciale, hotel, residenze, uffici e servizi al cittadino in un piano all’avanguardia: un progetto che il sindaco Bruni abbraccia con entusiasmo nel 2007, montando un fantastico set per la propria campagna elettorale: l’abbattimento della stamperia, primo passo verso la nuova vita dell’area.

Peccato che nella foga del momento ci si sia scordati completamente di verificare se ci fossero le condizioni per tale abbattimento: le quali, infatti, non ci sono, perché la costruzione è farcita di amianto. L’area, quindi, prima di essere nuovamente edificata, andrebbe bonificata.

Certo: ma chi paga la costosa bonifica? L’amministrazione comunale, dopo gli iniziali entusiasmi, si tira subito indietro, accollando il costo all’azienda Multi, che in fin dei conti ha vinto l’appalto. Se ne occupi lei.

Ma la società non ha la minima intenzione di farsi carico di questi costi, che nessuno aveva pensato di preventivare. Quindi, nel 2010, annuncia con un fax al Comune di Como di non voler più procedere con i passi previsti dal contratto, e anzi di voler rientrare in possesso della fideiussione da 3 milioni di dollari presentata nel 2006, oltre che di volere un risarcimento danni.

La realtà, comunque, è che non solo la città di Como ha sbagliato a valutare i costi del progetto, ma anche la Multi ha probabilmente sbagliato a valutare il mercato in cui voleva piazzare il proprio complesso immobiliare.

Accortasi che la crisi finanziaria iniziata in America stava rapidamente raggiungendo l’Europa, e che probabilmente il mega progetto di Como sarebbe rimasto una cattedrale nel deserto, ha valutato il dietro-front come una mossa quanto mai opportuna, anche e soprattutto se era possibile scaricarne la responsabilità al Comune.

La Ticosa, abbattuta e non bonificata, è rimasta così abbandonata fino allo scorso anno.

Nel frattempo la Multi Corp è stata acquisita (nell'ottobre 2013) dal fondo Blackstone (protagonista anche dell’acquisto del complesso di via Solferino storica sede del Corriere della Sera), che si è occupato del pagamento del debito societario accumulato dall’azienda - ben 900 milioni di euro - diventando proprietario dei suoi 56 centri commerciali in Europa e Turchia.

A questo punto Multi, ha sottoposto al Comune un nuovo progetto. Al posto del mega complesso inizialmente previsto, si tratta stavolta di un semplice centro commerciale con parcheggio da 1300 posti.

Siamo lontani dai toni squillanti del 2007, anche e soprattutto perché perfino questo modesto progetto non potrà partire se non sarà il Comune di Como ad accollarsi le famose spese di bonifica. Per pagare le quali non solo è stato acceso un mutuo ventennale, ma mancano ancora altri 350 mila euro.

Beffa della beffa, adesso è proprio questo denaro a rappresentare il sassolino che rischia di far saltare nuovamente il tutto. Perché il patto di stabilità impone che nessuna somma di denaro possa uscire dalle casse cittadine se non reintegrato da una somma identica proveniente da altra fonte. Fonte che, naturalmente, il Comune non riesce ancora ad individuare: i pagamenti così sono bloccati, e così anche il progetto.

Come andrà a finire? Quello che è certo è che la storia è di quelle emblematiche in tema di imperizia imprenditoriale e politica. L’attuale primo cittadino Mario Lucini, dopo aver aggredito l’ex-sindaco Bruni, sotto la cui guida questa storia è cominciata, quando era all’opposizione, deve ora infatti fronteggiare l’amara realtà di non essere in grado, a sua volta, di farla finire, trovando il partner e il finanziatore giusto.

“Analizzerò ogni aspetto per verificare se sussistano o meno responsabilità legate alle previsioni sbagliate”, annuncia ora in tono sommesso, dalle pagine della Provincia di Como, ma la sensazione è che, se la storia dovesse finire in un generale scarica barile, l’agonia della Ticosa sarebbe ancora più infame.

Quel che conta, ora, è capire se si possa recuperare almeno in parte il progetto di Multi e di conseguenza se si possa trovare qualcuno che sborsa i malaugurati 350 mila euro per la bonifica. Altrimenti, tanto vale chiudere definitivamente la questione e indire una nuova gara.

Dopo 35 anni, ricominciare tutto daccapo. Ma con tanta vergogna in più.
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