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2 Gennaio 2014

Blocco degli sfratti, nulla è più definitivo del provvisorio

di Vittorio Zirnstein

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Nel Paese delle continue emergenze cui viene sempre messa una toppa, ma mai trovata una soluzione, e della definitiva inamovibilità di ciò che è provvisorio, non poteva mancare l'ennesimo blocco degli sfratti.

 

Quello inserito nel decreto milleproroghe approvato lo scorso lunedì 27 dicembre è il 29esimo provvedimento di questo tipo dal 1978, data in cui fu introdotta la legge sull'equo canone, e contando solo il comparto residenziale.

 

Da allora, di proroga in proroga, gli sfratti sono stati bloccati senza che all'emergenza abitativa sia stata trovata una soluzione decente.

 

Una trentina d'anni fa, nel 1984, la Corte costituzionale aveva in realtà stabilito che un ulteriore intervento di proroga dei contratti a uso diverso non sarebbe stato consentito.

 

E ancora 10 anni fa, nel 2003, la Consulta aveva deciso che “la procedura esecutiva, attivata da parte di singolo soggetto provvisto di titolo esecutivo giurisdizionale, non può essere paralizzata indefinitamente con una serie di pure e semplici proroghe, oltre un ragionevole limite di tollerabilità”.

 

Poco importa, l'emergenza è prevalsa sulla regolarità costituzionale.

 

E il provvisorio è diventato in pratica definitivo.

 

Poche cose, come per esempio l'inno di Mameli, che per chi non lo sapesse è l'inno provvisorio della Repubblica italiana, possono vantare una storia di precarietà più lunga.

 

D'altro canto l'emergenza abitativa, che in un Paese come l'Italia dove oltre il 70% delle famiglie è proprietaria dell'abitazione dove vive, è un argomento controverso, spinoso, dalle molte sfaccettature e dai molteplici utilizzi, anche demagogici, a seconda dei punti di vista.

 

A livello politico viene maggiormente sentito dalle amministrazioni locali.

 

Per due motivi.

 

In primo luogo sono i sindaci che hanno un rapporto diretto con il territorio alle cui esigenze devono dare risposte concrete e pratiche.

 

Inoltre, se a livello macroregionale (Nord, Centro e Sud) le percentuali di proprietari di casa tendono a livellarsi sullo stesso livello, le cose cambiano dai paesi alle città.

 

E' in queste ultime, infatti, e soprattutto in quelle di maggiori dimensioni, dove il problema abitativo si fa sentire di più, soprattutto a livello numerico.

 

E i numeri, in democrazia, contano.

 

Se poi si guarda un attimo in profondità il provvedimento, ciò che si vede è poco o nulla.

 

Le condizioni per evitare di essere messi alla porta sono talmente stringenti da rendere veramente minimo il numero di possibili beneficiari.

 

A cominciare dal fatto che il blocco riguarda solo i casi di finita locazione che, nel 2012, sono stati solo 6.394.

 

Se a ciò si aggiungono le altre condizioni, dal reddito lordo massimo del nucleo familiare sfrattato di 27mila euro (pari a uno stipendio netto inferiore a 1.400 euro su 13 mensilità), alla presenza di figli a carico o di coabitanti con problemi di indipendenza, è facile prevedere che il numero di beneficiari sarà molto ridotto.

 

I proprietari delle case non liberate avranno una compensazione, nemmeno così minima: il canone verrà aumentato del 20%, inoltre nelle principali città e nei comuni ad alta tensione abitativa gli affitti percepiti a seguito del blocco non andranno a costituire reddito imponibile per il locatore.

 

La toppa, almeno formalmente, è stata messa.

 

Ma si sa che in politica e per la formazione dell'opinione pubblica, spesso, comunicare è più importante che fare.

 

Tra sei mesi, quando il provvedimento sarà giunto a scadenza, si alzeranno le solite voci a denunciare l'emergenza abitativa e la pena per le innumerevoli e povere famiglie che finiranno a dormire sotto i ponti.

 

Nel frattempo poco o nulla si sarà fatto per risolvere il problema; nemmeno per giungere a una definizione certa e corretta del reale numero di interessati al problema.

 

E si riaprirà la possibilità di un nuovo allungamento del blocco.

 

Di proroga in proroga, ad libitum.

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