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14 Aprile 2026
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La presentazione del Documento di Economia e Finanza 2017 certifica che la riforma del catasto rimarrà una delle grandi incompiute dell’attuale legislatura. Era di fatto impossibile che un provvedimento già abortito nel biennio 2013-2014 potesse essere riproposto in modo incisivo dal Governo a pochi mesi da tornate elettorali così attese. Nonostante l’indubbia necessità di mettere mano a una materia regolata da norme anacronistiche e criteri contrari ad equità e buon senso, a prevalere è stata ancora una volta la ricerca di consenso e la volontà di lasciare il problema in eredità all’Esecutivo che verrà.
Che mancasse realmente la volontà di portare a termine il percorso si era capito fin dalle prime battute, quando la riforma era stata vincolata all’invarianza del gettito fiscale diretto e indiretto. Già così si era vanificato l’interessante lavoro fatto sui parametri di determinazione delle rendite catastali, partito non senza difficoltà ma approdato alla fine su terreni assolutamente condivisibili: su tutti la sostituzione del numero dei vani dell’abitazione con i metri quadrati, ma anche l’apertura al valore di mercato dell’immobile, alla qualità del contesto territoriale in cui si trova e ai servizi di cui dispone. Nemmeno l’ipotesi di una sforbiciata del 30% alla consistenza della nuova rendita risultante ha fatto sì che il provvedimento potesse realmente prendere corpo.
Il destino della riforma era già segnato, al pari di quello di altre leggi che avrebbero riguardato le unità immobiliari dei cittadini e che sono state puntualmente messe da parte. Come non pensare, ad esempio, all’introduzione a livello nazionale del fascicolo del fabbricato, una norma che viene sistematicamente invocata quando si verifica una tragedia per poi venire accantonata, con altrettanta disinvoltura, non appena qualcuno obietta che essa comporterebbe degli oneri finanziari per i proprietari.
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