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14 Aprile 2026
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Il terremoto de l’Aquila non è mai finito. Dalle ore 3.32 di quell’ormai troppo lontano 6 aprile 2009, quando la città e le sue frazioni furono rase al suolo con centinaia di vittime, la storia continua, e non si riesce a farne cosa del passato perché la ridda di interessi contrastanti che si sono affollati sulle macerie impedisce da anni una ricostruzione che, invece, era la priorità per gli aquilani come per l’Italia intera.
La priorità all’epoca era stata data invece al progetto CASE, ovvero 19 “new town” dislocate lontano dal centro storico, edificate in fretta e furia con costruzioni che nella teoria dovevano essere super efficienti, moderne e antisismiche, e soprattutto dovevano raccogliere il favore e la gratitudine degli aquilani.
Ma chiunque, come chi scrive, abbia avuto occasione di vedere con i propri occhi i cantieri (da cui prudentemente le telecamere erano tenute lontane in fase di costruzione delle CASE) e di sentire con le proprie orecchie gli abitanti della città spazzata dal terremoto, si è potuto rendere conti fin da subito di almeno due cose.
La prima: che i modernissimi edifici dai materiali super leggeri e tecnologici erano in realtà dei prefabbricati montati sul posto obbedendo più all’interesse delle ditte appaltatrici che a un progetto di stabilità e sicurezza (d’altra parte dovevano essere solo sistemazioni temporanee, per poi diventare, nel caso, case popolari).
Non ci hanno infatti messo molto a rivelare la propria fragilità: in capo a pochi mesi dalla loro inaugurazione a suon di tappi di spumante trovato nei frigoriferi delle abitazioni, infatti, è cominciata un’altra storia, fatta di infiltrazioni d’acqua, crepe nei muri e pareti rotte.
L’ultimo episodio ancora ieri, quando addirittura si è staccato un balcone intero dalla facciata di una delle CASE di Cese di Preturo, cosa che ha portato il sindaco Massimo Cialente a emettere un’ordinanza che vieta di affacciarsi sui balconi, pena la sicurezza degli inquilini.
La seconda cosa che si poteva comprendere fin da subito all’indomani del terremoto è che gli aquilani, quelle CASE, non le volevano. Loro volevano tornare a casa propria, e molti lo hanno fatto, riaprendo le porte della propria casa pericolante anche quando la certificazione di agibilità non era stata data.
Tutto, anche restare in una roulotte o in un container per il tempo necessario: ma non essere dislocati in quelle “new town” che sapevano di città fantasma, di quartiere dormitorio, senza una piazza, un centro, lontano dai luoghi conosciuti e dalle relazioni di una vita.
Quello che gli aquilani chiedevano era la ricostruzione, subito. E in questo lo Stato, dopo i proclami, le sparate mediatiche e le soluzioni raffazzonate (e ben redditizie per qualcuno), è rimasto colpevolmente fermo, impelagato nelle solite maglie che solo l’interesse aveva potuto sciogliere nell’immediato dopo-sisma.
Tanto che è come sempre all’iniziativa delle grandi aziende (ancorchè partecipate statali) che ci si affida ora finanziare la ricostruzione, o almeno una sua parte. È il caso della basilica di Santa Maria di Collemaggio, uno degli emblemi della distruzione aquilana, il cui progetto di restauro sarà preso in carico da Eni, che lo ha appena presentato.
Si tratta di un progetto che prende il via ora, dopo il protocollo d’intesa “Ripartire da Collemaggio” firmato nel 2012, e vedrà la collaborazione degli enti locali, dalle università alla sopraintendenza ai beni architettonici e paesaggistici dell’Abruzzo, e dei geologi e ingegneri dell’Eni.
In questi due anni è stata realizzata la parte progettuale e gli studi tecnici con il supporto di tutte le tecnologie digitali del caso.
Adesso la Basilica è pronta per il restauro vero e proprio, che sarà assegnato tramite appalto e completato entro il 2016. L’augurio è che il completamento dell’opera rispetti i tempi, e soprattutto, visti i precedenti, tutti i requisiti di legalità, dando il via ad una ricostruzione che ha aspettato anche troppo.
I particolari del progetto a questo link. Il tour virtuale dentro Collemaggio in questo video.
La priorità all’epoca era stata data invece al progetto CASE, ovvero 19 “new town” dislocate lontano dal centro storico, edificate in fretta e furia con costruzioni che nella teoria dovevano essere super efficienti, moderne e antisismiche, e soprattutto dovevano raccogliere il favore e la gratitudine degli aquilani.
Ma chiunque, come chi scrive, abbia avuto occasione di vedere con i propri occhi i cantieri (da cui prudentemente le telecamere erano tenute lontane in fase di costruzione delle CASE) e di sentire con le proprie orecchie gli abitanti della città spazzata dal terremoto, si è potuto rendere conti fin da subito di almeno due cose.
La prima: che i modernissimi edifici dai materiali super leggeri e tecnologici erano in realtà dei prefabbricati montati sul posto obbedendo più all’interesse delle ditte appaltatrici che a un progetto di stabilità e sicurezza (d’altra parte dovevano essere solo sistemazioni temporanee, per poi diventare, nel caso, case popolari).
Non ci hanno infatti messo molto a rivelare la propria fragilità: in capo a pochi mesi dalla loro inaugurazione a suon di tappi di spumante trovato nei frigoriferi delle abitazioni, infatti, è cominciata un’altra storia, fatta di infiltrazioni d’acqua, crepe nei muri e pareti rotte.
L’ultimo episodio ancora ieri, quando addirittura si è staccato un balcone intero dalla facciata di una delle CASE di Cese di Preturo, cosa che ha portato il sindaco Massimo Cialente a emettere un’ordinanza che vieta di affacciarsi sui balconi, pena la sicurezza degli inquilini.
La seconda cosa che si poteva comprendere fin da subito all’indomani del terremoto è che gli aquilani, quelle CASE, non le volevano. Loro volevano tornare a casa propria, e molti lo hanno fatto, riaprendo le porte della propria casa pericolante anche quando la certificazione di agibilità non era stata data.
Tutto, anche restare in una roulotte o in un container per il tempo necessario: ma non essere dislocati in quelle “new town” che sapevano di città fantasma, di quartiere dormitorio, senza una piazza, un centro, lontano dai luoghi conosciuti e dalle relazioni di una vita.
Quello che gli aquilani chiedevano era la ricostruzione, subito. E in questo lo Stato, dopo i proclami, le sparate mediatiche e le soluzioni raffazzonate (e ben redditizie per qualcuno), è rimasto colpevolmente fermo, impelagato nelle solite maglie che solo l’interesse aveva potuto sciogliere nell’immediato dopo-sisma.
Tanto che è come sempre all’iniziativa delle grandi aziende (ancorchè partecipate statali) che ci si affida ora finanziare la ricostruzione, o almeno una sua parte. È il caso della basilica di Santa Maria di Collemaggio, uno degli emblemi della distruzione aquilana, il cui progetto di restauro sarà preso in carico da Eni, che lo ha appena presentato.
Si tratta di un progetto che prende il via ora, dopo il protocollo d’intesa “Ripartire da Collemaggio” firmato nel 2012, e vedrà la collaborazione degli enti locali, dalle università alla sopraintendenza ai beni architettonici e paesaggistici dell’Abruzzo, e dei geologi e ingegneri dell’Eni.
In questi due anni è stata realizzata la parte progettuale e gli studi tecnici con il supporto di tutte le tecnologie digitali del caso.
Adesso la Basilica è pronta per il restauro vero e proprio, che sarà assegnato tramite appalto e completato entro il 2016. L’augurio è che il completamento dell’opera rispetti i tempi, e soprattutto, visti i precedenti, tutti i requisiti di legalità, dando il via ad una ricostruzione che ha aspettato anche troppo.
I particolari del progetto a questo link. Il tour virtuale dentro Collemaggio in questo video.
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