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14 Aprile 2026
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Non bastava l’aeroporto internazionale Benito Suarez, attraverso cui passano ogni anno 30 milioni di passeggeri circa. Città del Messico vuole ora il suo aeroporto da gara e lo costruirà a partire dall’anno prossimo.
Un progetto, quello del nuovo Aeroporto Internazionale di Città del Messico (AICM), da 10 miliardi di dollari, nato dalla cooperazione tra lo studio Foster and Partners, la Fernando Romero Enterprise e la Netherlands Airport Consultants, annunciato nelle scorse ore, che inizierà a funzionare a partire dal 2020 ma che vorrà almeno 50 anni per essere completamente ultimato.
L’obbiettivo è quello di attirare 120 milioni di passeggeri l’anno (dopo una prima fase in cui ne potranno transitare solo 50) in una struttura avveniristica da 4430 ettari di terreno, dalla pianta a metà tra un edificio Maya e un’astronave di vetro e acciaio, il cui terminal unico si alimenterà ad energia solare e riciclerà l’acqua piovana.
Un manifesto alla modernità del Paese sudamericano che si candida a sfidare i più grossi hub internazionali, di cui nessuno supera i 100 milioni di passeggeri l’anno, e che manderà in pensione l’attuale aeroporto di Città del Messico; quest’ultimo – in effetti piuttosto scomodo con i suoi due terminal collegati da un treno su rotaia sospesa, che però smette di funzionare dopo una certa ora - sarà convertito in campus universitario e ospiterà un’area di deposito merci.
Da riconoscere al Paese il coraggio di un progetto di proporzioni bibliche, che guarda al futuro, anche se i rischi sono dietro l’angolo. Il progetto prevede infatti la creazione di sei piste di atterraggio e di un indotto di servizi e strutture a corredo dell’hub che, prima di entrare in piena attività, richiederanno decenni, lungo i quali è prevedibile che si creeranno ogni tipo di difficoltà.
La struttura stessa, inoltre – che avrà forma di X per richiamare la parola Mexico e per aumentare il numero di accessi disponibili - è di tipo sperimentale e sarà occasione di sfide architettoniche e tecnologiche, ma anche prevedibilmente di mille problemi. Dovrà infatti sfidare la sismicità della zona, il rischio allagamenti, i violenti sbalzi meteorologici.
L’hub creerà però 600 mila posti di lavoro, oltre – secondo il Presidente messicano Enrique Peña Nieto – ad un indotto di 5 mila impiegati ogni milione di passeggeri, e rappresenterà un salto di qualità per il traffico internazionale.
Chi pagherà? Il progetto sarà finanziato in parte con gli introiti stessi del traffico aereo messicano, in parte (si presume la maggiore) tramite l’emissione di debito di Stato. Aspettiamoci quindi un’ondata di bond messicani sul mercato.
Che dire, di fronte ad un progetto simile, di quel che è capace di fare l’Italia? Ancora persi nell’annosa rivalità tra Linate e Malpensa, che si spartiscono il traffico sopra i cieli di Milano, a casa nostra abbiamo accolto con buona grazia i lauti 4,6 miliardi di euro sbloccati dal decreto Sblocca Italia, da suddividersi fra sei aeroporti (Malpensa, Venezia, Genova, Firenze, Fiumicino e Salerno).
Una mancetta, se confrontata ai 10 miliardi (solo iniziali peraltro) del progetto messicano, destinata ad opere poco più che ordinarie per scali aerei che sono ben lontani dal poter reclamare il nome di hub internazionale.
Nel solo aeroporto della nostra Capitale, per dire, a luglio 2014 sono stati rilevati 21,6 milioni di passeggeri annui, il che, anche sommato ai circa 3 milioni di Ciampino, è ancora un po’ poco anche per la città principale di un Paese piccolo come il nostro. Che però un tempo fu “caput mundi”, e anche ora non si trova esattamente su una rotta poco centrale rispetto al traffico internazionale. Gli 11 milioni di passeggeri di Malpensa e i 5 milioni di Linate suonano poi addirittura ridicoli nel confronto.
Ma chissà mai che un giorno - a spending review finita – anche il nostro Paese decida di diventare un hub internazionale.
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