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Fatturato in crescita ma con una velocità inferiore rispetto al recente passato, margini che riflettono la stagnazione dell'economia italiana e dunque certificano il mancato contributo alla generazione di ricchezza, utili in deciso miglioramento ma solo grazie all''aiuto proveniente dalle attività estere e a un fisco più amico. Senza dimenticare poi una netta contrazione degli investimenti, a cui corrisponde un aumento della liquidità, segnale inequivocabile della prudenza e della propensione ad accantonare munizioni in attesa di capire la direzione da prendere.
E' la fotografia che emerge dal lavoro degli esperti dell'Area studi di Mediobanca nel tradizionale rapporto sui dati di bilancio aggregati delle principali imprese industriali e di servizi italiane; dati che si riferiscono al decennio 2009-2018 sull'esame dei bilanci di 2095 società in rappresentanza del 49% del fatturato industriale e del 51% di quello manifatturiero. Di questo vasto campione, le imprese a controllo estero rappresentano il 60% di quelle con più di 250 dipendenti e il 90% delle sole manifatturiere.
In base al fatturato delle 2095 imprese considerate, il 20% è controllato da amministrazioni pubbliche, il 47% da privati italiani, il 33% da soggetti stranieri. Ebbene, facendo parlare i numeri, nel 2018 le 2095 principali aziende italiane hanno visto incrementare il proprio fatturato del 3% rispetto all'anno precedente, un aumento che però risulta quasi la metà rispetto a quello piazzato nel 2017 (+5,6%). Sulla base dei dati Istat, gli studiosi di Mediobanca ipotizzano per l'anno in corso un andamento analogo ("flat") al 2018.
Tornando al 2018, le esportazioni sono cresciute del 2,4%, a fronte di un incremento dell'export nel 2017 pari al +7,1%. Meglio hanno fatto le vendite interne che, seppure in frenata, sono cresciute nel 2018 del 3,4%: mai nell'ultimo decennio la performance del mercato interno aveva fatto meglio dell'export. Il minore dinamismo delle vendite complessive è stato abbastanza trasversale per quasi tutti i settori in cui si suddivide il campionario esaminato dagli studiosi di Mediobanca, tanto che hanno riguardato 21 comparti su 31, a fronte del rapporto di 9 a 31 registrato nel 2017.
Le imprese pubbliche nel 2018 sono cresciute più della media (+5,7%), non lontane dalla media dell'anno precedente (+6,3%), però è pur vero che queste erano reduci da un filotto che le aveva viste contrarre il proprio fatturato ininterrottamente dal 2013 al 2016. Le imprese private, invece, hanno aumentato i fatturati in media del 2,4% e con esse quelle manifatturiere (+1,6%), che hanno così portato a casa il quinto anno consecutivo di crescita. Tra le manifatturiere, migliore la performance delle imprese di media dimensione (+4,1% e mai in flessione dal 2010) e di quelle medio grandi (+3,7%), mentre spicca la "grave" contrazione (-2,4%) dei grandi gruppi manifatturieri, che interrompono cosi' 5 anni archiviati sempre con il segno più.
Tra i settori top del 2018 troviamo il petrolifero, cresciuto del 14,9% sul 2017 grazie soprattutto all'incremento delle quotazioni di greggio, e la metallurgia (+10,3%). Bene anche la pelletteria (+8,2%), le bevande (dove troviamo anche il vino) con un +6,2% e il tessile (+5,4%).
Si segnala anche il +3,9% realizzato dalle imprese di costruzione in bonis (+3,9%); a livello complessivo, però, il settore di riferimento ha visto contrarre i propri ricavi di quasi il 30% per la grave crisi di alcune aziende come Astaldi che non hanno potuto presentare i propri bilanci. Passando alle note dolenti, spiccano le flessioni accusate dal settore dell'impiantistico (-7,2%), delle telecomunicazioni (-2,7%), degli elettrodomestici (-2,4%) e dell'automotive (-2,2%). Un accenno all'editoria che, dopo aver registrato continue flessioni fino al 2018, ha chiuso l'anno con un sostanziale pareggio del fatturato, tanto che si potrebbe concludere che il comparto "sta prendendo la fine del tunnel".
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