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24 Agosto 2011

Per una vera tassa patrimoniale basterebbe rivalutare le rendite catastali

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Il loro aggiornamento renderebbe più ricche le casse statali.

Invece siamo ai valori del 1989.

C'è in Italia una tassa patrimoniale pronta per l'uso, se solo il governo volesse ricordarsene.

Anzi, se solo il governo volesse adempiere a una legge dello Stato cui sta trasgredendo dalla bellezza di 21 anni: è la patrimoniale sugli immobili che deriverebbe automaticamente dalla rivalutazione degli estimi catastali, aggiornati l'ultima volta nell'89 e da allora inchiodati a quei valori, nonostante la legge ne prescriva la revisione “almeno decennale”.

E il governo lo sa, ha i dati a disposizione: sono quelli dell'Agenzia del Territorio, diretta da Gabriella Alemanno, che ne ha parlato a Cortina InConTra in un dibattito sul mercato immobiliare.

“Le rendite catastali fanno riferimento, dal punto di vista esclusivamente monetario, al sistema dei prezzi del biennio 1988-89, quando fu effettuata l'ultima revisione.

Sono quindi vetuste” si legge esplicitamente nei documenti dell'Agenzia.

E quale effetto ha avuto questa “vetustà” sul mercato immobiliare e sull'erario?

L'effetto di una vera piaga.

Anzi tre piaghe.

“Un primo effetto è quello del determinarsi di una iniquità orizzontale tra i contribuenti a seconda del territorio in cui hanno localizzato gli immobili.

Nel corso del tempo mutano i prezzi relativi medi e i canoni relativi di locazione medi tra diverse zone e tra diversi territori.

Un secondo effetto è che si determina (e si accentua nel tempo) l'iniquità verticale tra i segmenti più ricchi e quelli più poveri della popolazione.

Il terzo effetto, per tutte le imposte che hanno come base imponibile i valori catastali, la loro staticità determina, a parità di aliquota, la perdita di gettito in termini reali”.

Insomma, i proprietari immobiliari italiani, pagando l'Ici in base alla loro rendita catastale, “evadono incolpevolmente”.

E le tasse sulle compravendite immobiliari, imposta di registro e Iva, che nella prassi vengono regolate, tra persone fisiche, ai valori delle rendite catastali e non a quelli reali, senza rischi di accertamenti, finiscono con l'essere molto più leggere del dovuto.

Secondo i dati dell'Agenzia, il valore corrente di mercato delle abitazioni comprate e vendute oggi in Italia è in media pari a 3,73 volte rispetto alla base imponibile potenziale ai fini dell'Ici, cioè appunto alle rendite catastali determinate dagli attuali estimi.

Significa che su una casa venduta o comprata per 373 mila euro si pagano le tasse come se fosse stata venduta a 100 mila.

Meno di un terzo.

E non basta.

L'altra distorsione risiede nel fatto che gli estimi catastali dovrebbero cambiare seguendo il cambiamento dell'assetto urbanistico delle varie località: un immobile che oggi è periferico tra vent'anni può essere diventato centrale, ed è quanto accade ed è accaduto un po' in tutte le grandi aree metropolitane italiane.

Diventando centrali, gli immobili acquistano valore, un valore che andrebbe riflesso negli estimi, e non lo è.

Ma chi e come potrebbe riscrivere gli estimi, se la politica decidesse finalmente di aggiornarli?

L'Agenzia del Territorio, che sarebbe pronta a farlo.

“A patto che venga dato il tempo e le risorse necessarie”, chiarisce però il documento dell'Agenzia “perché se si vuole una riforma vera occorre censire le caratteristiche principali degli edifici e occorrono non meno di quattro anni e una collaborazione totale tra Agenzia e Comuni”.

Insomma, la patrimoniale “tramite gli estimi” può attendere.

Ma sarebbe da fare.
 

Sergio Luciano per Italia Oggi 
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