L'attenzione mediatica sollevata in questi giorni dal fenomeno DeepSeek è l'ennesima riprova che siamo nel mezzo di una vera e propria corsa globale all'IA, che si gioca in prima battuta sul piano tecnologico, ma che ha inevitabilmente delle ripercussioni a livello geopolitico, sociale ed industriale. In questo panorama, è evidente la volontà degli Stati Uniti, con l'insediamento di Trump e il suo Stargate AI project da un lato, e della Cina, con l'impegno del suo governo in materia di IA e il successo del modello open source di DeepSeek, di aggiudicarsi il primato e posizionarsi come potenze dell'IA.
Si tratta della tempesta perfetta, che spinge inevitabilmente ad una riflessione giuridica in merito alla regolamentazione di tali tecnologie e al futuro ruolo dell'Europa. L'Unione Europea con il Regolamento sull'IA ha scelto un approccio equilibrato, seppur garantista, che ha come perno la tutela dei diritti fondamentali e, seguendo un approccio risk-based, si propone di normare in maniera dettagliata solo gli aspetti maggiormente impattanti, mantenendo una posizione meno dogmatica sul resto.
Questa scelta, seppure condivisibile, non è tuttavia sufficiente, da sola, a garantire che l'Unione Europea diventi un leader globale a livello di IA, in particolare a fronte degli investimenti miliardari da parte di Stati Uniti e Cina, associati alla volontà di questi Paesi di applicare una politica di deregolamentazione. A tal proposito vale la pena richiamare il Rapporto di Mario Draghi, il quale sottolinea la necessità di un massiccio intervento economico dell'Europa in relazione alle nuove tecnologie e all'IA, funzionale a colmare il gap competitivo con le imprese straniere e garantire lo sviluppo di sistemi di IA rispettosi dei principi del Regolamento sull'IA.




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