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14 Aprile 2026
14 Aprile 2026
Riportiamo il commento dell‘Arch. Giuseppe Bonomi, CEO di Colliers Valuation Italy.
Nelle news di oggi, giovedì 3 novembre, leggo che l’Amministrazione Comunale intende procedere a una revisione degli oneri da corrispondere per gli interventi edilizi che li comportano.
Personalmente sono favorevole a una equa tassazione delle plusvalenze immobiliari (che tengano conto del fatto che di solito tali plusvalenze sono potenziali, con margini di incertezza), e comunque il tema è ampio ed è certo che ci saranno opinioni diverse.
Si rende necessaria tuttavia una riflessione ulteriore sull’impostazione della prospettata revisione degli oneri che una volta si definivano “di urbanizzazione”, e c’era un perché di tale definizione: si trattava di contribuire a costi che l’Amministrazione si accollava per completare le aree di nuova edificazione con dotazione di opere e servizi (primari e secondari appunto). Poi il principio è andato a confondersi con il diffondersi dell’urbanistica contrattata e con la massiccia applicazione del sistema della monetizzazione degli oneri stessi. Ciò ha portato alla dissociazione dell’onere dal suo sottostante fisico, rendendo indistinguibili gli oneri dovuti dal contesto di applicazione.
Se si vuole c’è una logica in questa dinamica: man mano che la città cresce e tende alla saturazione del suo tessuto, cambiano le esigenze di completamento. Oggi occorre distribuire meglio la qualità.
Diventa così più difficile - o impossibile - il poter calibrare gli oneri “di urbanizzazione” al valore del bene finale, perché tale bene di pregio viene realizzato in un contesto già dotato di tutto ciò che peraltro lo rende tale. E infatti si parla di oneri tout court, portando avanti un equivoco che può solo rendere più conflittuale il dialogo tra le parti, Amministrazione e operatori privati.
Una soluzione potrebbe essere quella di chiamarli diversamente. Non potendoli definire oneri di perequazione (che viene ormai comunemente associato ad una tecnica di compensazioni di altra natura), proviamo con una semplice operazione di trasparenza linguistica ad innescare un processo virtuoso definendoli allora come “contributo alla rigenerazione urbana”, versando tali importi in un capitolo di bilancio rigidamente riservato a quel progetto di rigenerazione urbana di cui tanto si è parlato, ma di cui all’attore pubblico manca sempre uno strumento concreto.
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