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14 Aprile 2026
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Il comparto delle costruzioni resta in una situazione di forte criticità, dalla quale sarà possibile uscire solo con il contributo del decisore politico.
Paolo Buzzetti, presidente di Federcostruzioni, vede nella collaborazione delle istituzioni - dall’impiego dei Fondi Fas a una normativa consolidata - la strada obbligata per rilanciare il settore e, con esso, l’intera economia del paese.
D: Il 2011 era atteso da tutti come l’anno di rilancio dell’edilizia, ma i dati che arrivano dal mercato smentiscono le previsioni. A che punto siamo nella transizione verso la ripresa?
R: Come dice lei, la situazione resta critica.
Negli ultimi tre anni il nostro settore ha perso circa 300mila occupati: la produzione ha ceduto il 3% nel 2008, il 12% nel 2009 e il 2% nel 2010 e anche l’anno in corso viaggia in terreno negativo.
E le cose sarebbero andate peggio senza la sostanziale tenuta dell’export soprattutto verso l’Estremo Oriente e il Sud America.
D: Ci sono settori che se la passano meglio di altri?
R: La crisi è trasversale e colpisce tutti i comparti, dall’edilizia residenziale al non residenziale, il mercato privato come quello pubblico.
Il contesto generale frena gli investimenti.
Le risorse sono scarse e anche chi avrebbe progetti e potrebbe immettere capitali privati nel settore non trova le condizioni per farlo.
D: Perché?
R: Ci troviamo ogni giorno a fare i conti con incertezze amministrative, rischi elevati di stop and go, indeterminatezza sui tempi di realizzazione.
In queste condizioni è impossibile prevedere il rientro economico finanziario.
L’inefficienza della Pubblica Amministrazione costituisce una delle grandi criticità del nostro paese e l’edilizia, per la sua forte dipendenza da decisioni pubbliche, ne risente più di altri settori.
Auspichiamo un cambiamento significativo nei comportamenti degli amministratori pubblici ispirati alla consapevolezza che venire incontro alle imprese, capirne i problemi e aiutarle a risolverli è nell’interesse di tutti, è un modo per creare quella ricchezza senza la quale non possiamo pensare di uscire dalla crisi.
E creare ricchezza vuol dire disporre di quelle risorse che oggi non ci sono, un fattore determinante delle difficoltà attuali, di quella paralisi che affligge il settore.
D: Da dove ripartire?
R: Come Federcostruzioni abbiamo avanzato diverse proposte.
Fin da quando ha iniziato a manifestarsi la crisi, dopo la bolla immobiliare americana, avevamo indicato che sarebbe stato opportuno utilizzare l’edilizia in funzione anticongiunturale, immettendo sul mercato, come del resto hanno fatto poi tutti i maggiori Paesi industrializzati, europei e non, le pochi risorse disponibili per un vero e proprio piano di piccole opere.
Abbiamo poiinvitato il Governo a utilizzare immediatamente i fondi Fas e le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, nella convinzione che il problema principale del nostro Paese sia quello di aumentare la nostra capacità produttiva.
Inoltre, abbiamo sostenuto con forza scelte di politica fiscale in grado di selezionare, di incentivare chi ha possibilità di investimento, chi può e vuole creare nuova ricchezza. Ma il tempo è passato, la crisi si è inasprita e le decisioni non sono arrivate.
D: Però poi è arrivato il Decreto Tremonti sullo snellimento delle procedure…
R: Una decisione che abbiamo accolto positivamente, ma le promesse sono rimasti sulla carta.
Siamo di fronte a una situazione molto molto difficile.
Eppure l’industria delle costruzioni si conferma attiva e competitiva come lo stanno a dimostrare i successi sui mercati esteri, dove crescono fatturato e commesse.
Ci vuole un cambio di passo ci vuole soprattutto un’assunzione di forte responsabilità da parte della politica e degli amministratori pubblici a tutti i livelli.
Come Federcostruzioni abbiamo proposto un insieme di iniziative che collegate fra loro possono costituire un grande progetto di sviluppo, noi lo abbiamo chiamato “piano città”, perché deve avere al centro la riqualificazione urbana.
In questo modo ancora una volta le costruzioni potrebbero svolgere quel ruolo di volano che già altre volte hanno svolto in passato.
Paolo Buzzetti, presidente di Federcostruzioni, vede nella collaborazione delle istituzioni - dall’impiego dei Fondi Fas a una normativa consolidata - la strada obbligata per rilanciare il settore e, con esso, l’intera economia del paese.
D: Il 2011 era atteso da tutti come l’anno di rilancio dell’edilizia, ma i dati che arrivano dal mercato smentiscono le previsioni. A che punto siamo nella transizione verso la ripresa?
R: Come dice lei, la situazione resta critica.
Negli ultimi tre anni il nostro settore ha perso circa 300mila occupati: la produzione ha ceduto il 3% nel 2008, il 12% nel 2009 e il 2% nel 2010 e anche l’anno in corso viaggia in terreno negativo.
E le cose sarebbero andate peggio senza la sostanziale tenuta dell’export soprattutto verso l’Estremo Oriente e il Sud America.
D: Ci sono settori che se la passano meglio di altri?
R: La crisi è trasversale e colpisce tutti i comparti, dall’edilizia residenziale al non residenziale, il mercato privato come quello pubblico.
Il contesto generale frena gli investimenti.
Le risorse sono scarse e anche chi avrebbe progetti e potrebbe immettere capitali privati nel settore non trova le condizioni per farlo.
D: Perché?
R: Ci troviamo ogni giorno a fare i conti con incertezze amministrative, rischi elevati di stop and go, indeterminatezza sui tempi di realizzazione.
In queste condizioni è impossibile prevedere il rientro economico finanziario.
L’inefficienza della Pubblica Amministrazione costituisce una delle grandi criticità del nostro paese e l’edilizia, per la sua forte dipendenza da decisioni pubbliche, ne risente più di altri settori.
Auspichiamo un cambiamento significativo nei comportamenti degli amministratori pubblici ispirati alla consapevolezza che venire incontro alle imprese, capirne i problemi e aiutarle a risolverli è nell’interesse di tutti, è un modo per creare quella ricchezza senza la quale non possiamo pensare di uscire dalla crisi.
E creare ricchezza vuol dire disporre di quelle risorse che oggi non ci sono, un fattore determinante delle difficoltà attuali, di quella paralisi che affligge il settore.
D: Da dove ripartire?
R: Come Federcostruzioni abbiamo avanzato diverse proposte.
Fin da quando ha iniziato a manifestarsi la crisi, dopo la bolla immobiliare americana, avevamo indicato che sarebbe stato opportuno utilizzare l’edilizia in funzione anticongiunturale, immettendo sul mercato, come del resto hanno fatto poi tutti i maggiori Paesi industrializzati, europei e non, le pochi risorse disponibili per un vero e proprio piano di piccole opere.
Abbiamo poiinvitato il Governo a utilizzare immediatamente i fondi Fas e le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, nella convinzione che il problema principale del nostro Paese sia quello di aumentare la nostra capacità produttiva.
Inoltre, abbiamo sostenuto con forza scelte di politica fiscale in grado di selezionare, di incentivare chi ha possibilità di investimento, chi può e vuole creare nuova ricchezza. Ma il tempo è passato, la crisi si è inasprita e le decisioni non sono arrivate.
D: Però poi è arrivato il Decreto Tremonti sullo snellimento delle procedure…
R: Una decisione che abbiamo accolto positivamente, ma le promesse sono rimasti sulla carta.
Siamo di fronte a una situazione molto molto difficile.
Eppure l’industria delle costruzioni si conferma attiva e competitiva come lo stanno a dimostrare i successi sui mercati esteri, dove crescono fatturato e commesse.
Ci vuole un cambio di passo ci vuole soprattutto un’assunzione di forte responsabilità da parte della politica e degli amministratori pubblici a tutti i livelli.
Come Federcostruzioni abbiamo proposto un insieme di iniziative che collegate fra loro possono costituire un grande progetto di sviluppo, noi lo abbiamo chiamato “piano città”, perché deve avere al centro la riqualificazione urbana.
In questo modo ancora una volta le costruzioni potrebbero svolgere quel ruolo di volano che già altre volte hanno svolto in passato.
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