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Qual è il futuro di EIRE - Expo Italia Real Estate? Il suo patron, Antonio Intiglietta, dopo 10 edizioni, chiama in causa il settore immobiliare italiano. Lo abbiamo incontrato per capire le ragioni che hanno sollecitato il presidente di Ge.Fi. - Gestione Fiere Spa a chiedere e avviare una riflessione sulla rassegna di Fieramilanocity.
D: Antonio Intiglietta, può fornirci un bilancio complessivo sulla manifestazione?
R: Si tratta, anche quest’anno, di un bilancio positivo: rispetto al 2013, abbiamo rilevato una crescita di visitatori pari al 10%. Al decimo anniversario, però, è opportuno avviare una riflessione sul futuro della kermesse: scioglierò le riserve solo dopo l’estate, dopo aver valutato il contributo al dibattito da parte degli operatori chiamati in causa. Una cosa, però, sento di rivendicarla: prima dell’avvento di EIRE, un punto di incontro della comunità dell’immobiliare in Italia non esisteva. Nel 2005, il nostro principale merito, senza falsa modestia, fu quello di aver riunito gli operatori del settore che, fino a qual momento, non disponevano di un palcoscenico per promuovere il proprio lavoro. Nonostante il mercato fosse in piena forma, non tutti gli operatori si sono rivelati soggetti attivi. La mia impressione è che, talvolta, qualcuno abbia perseguito un interesse personale piuttosto che quello generale del settore, all’interno del quale, a mio avviso, il proprio scopo personale viene realizzato.
D: Visto che si tratta di operatori professionali mi sembra che non sia una notizia. Ognuno cerca di raggiungere lo scopo aziendale che si è posto.
R: Anch’io, come molti altri, sono un imprenditore chiamato a decidere in che modo investire energie e risorse economiche. Sono, però, dell’idea che ogni soggetto imprenditoriale non debba limitarsi alla logica del profitto fine a sé stesso: ispirato a un senso di gratuità, esso deve generare, insieme ad altri, una progettualità di interesse generale in termini di sviluppo, lavoro e qualità della vita. Un obiettivo concreto che richiede soggetti disponibili e una logica di impegno personale che vada al di là della rendita fine a sé stessa. Un’impresa ha il dovere di generare qualcosa di buono per la comunità in cui opera: per quanto riguarda il real estate, mi riferisco alla grande opportunità legata alla rigenerazione del patrimonio pubblico italiano, per renderlo adeguato alle esigenze di una società che cambia.
D: Però la partecipazione alla fiera dipende dalla sua capacità di presentare un buon prodotto. Se ci riesce trova sponsor, altrimenti è meglio chiudere.
R: Non è esattamente così. È vero che ogni attività imprenditoriale debba, necessariamente, trovare un punto di congiunzione con l’interesse del mercato. Ma, come dicevo poc’anzi, i visitatori, quest’anno, sono aumentati. Io, piuttosto, concentrerei l’attenzione su un’altra domanda: nell’immobiliare italiano esiste una “massa critica” di soggetti - operatori e professionisti del real estate - adeguata?
D: Quindi, per vedere l’edizione 2015 di EIRE serve che più soggetti forti, i leader, dichiarino il loro interesse a mantenerla in vita?
R: Per poter fare un evento efficace e significativo ci deve essere un mercato. Oggi ho la sensazione che il mercato non trovi un adeguato consenso da parte dei suoi protagonisti, ovvero il sistema finanziario, quello imprenditoriale e la pubblica amministrazione.
D: Però se aspetta che qualcuno manifesti il proprio appoggio, in più propositivo, credo che il telefono non squillerà molto.
R: Anche questa sarà una risposta chiara. Personalmente, intendo dedicare la mia vita ad attività che abbiano uno scopo ben preciso. Come saprete, il mio core business come organizzatore fieristico è “L’Artigiano in Fiera”, leader mondiale del settore, che, a quasi vent’anni dalla sua nascita, registra ancora una grandissima affluenza di visitatori e di espositori. Si tratta di un successo che, oggi, consente a Ge.Fi. non solo di far lavorare 55 persone ma anche di contribuire alla crescita dell’artigianato in Italia, in Europa e nel mondo. Vorrei riservare considerazioni di questo tipo anche alla rassegna del real estate italiano. Ricordo, infatti, che una parte dei miei collaboratori, anche nel 2014, ha profuso, al mio fianco, un grande impegno. Eppure, a distanza di dieci anni, mi chiedo se il mercato senta davvero il bisogno di disporre di una fiera e di partecipare attivamente alla sua preparazione. E pongo a tutti i lettori una ulteriore questione: esiste un vero settore immobiliare in Italia?
D: Mi sembra un’affermazione forte. D’accordo che il settore sia in crisi da tempo ma da qui a non valutarlo nemmeno come settore economico mi sembra eccessivo.
R: Esistono soggetti che decidono di mettersi assieme per trasformare e, quindi, rigenerare il patrimonio per lo sviluppo economico e sociale del Paese? A riguardo, nel mondo, vi sono esempi eclatanti. Non è mia una pretesa sostituirmi a una soggettività che fatica a emergere ma stento ad avere la pazienza che ciò accada.
D: Certo che anche pensando alla pubblica amministrazione non c’è da stare allegri. Che Expo sia l’anno prossimo non se ne sta accorgendo nessuno, le vendite all’asta da parte del Demanio sono dei buchi clamorosi, il ministero della Difesa che annuncia la vendita di 700 immobili ma non si ha traccia di nessun passo concreto, regioni e comuni che dovrebbero vendere qualunque cosa ma non hanno mai fatto neanche l’inventario. Si riferisce anche a questo?
R: Quando si dice che il Demanio o il Ministero della Difesa non sappiano rigenerare il patrimonio esistente nonostante le professionalità di cui molti, nel settore, dispongono, è come se decidessimo di scalare la montagna anziché percorrere la pianura. Ciò rende più fragile e balbettante ogni possibilità di protagonismo e di sviluppo economico del real estate italiano. Concludo dicendo che non è mio interesse individuare colpe, la mia vuole essere una semplice riflessione.
Chi vuole intendere, intenda.
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